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| Venezia, in cerca di un po' di refrigerio all'ombra |
Una scena semplice: due ragazze sedute sul selciato di una calle veneziana, nell'ombra netta della piena luce d'agosto. Non stanno fotografando, non stanno cercando su Google Maps il prossimo monumento; si sono semplicemente fermate — stanche, forse, probabilmente accaldate, sicuramente in pausa dal ritmo frenetico del "dover vedere".
Intorno a loro Venezia fa quello che ha sempre fatto: esiste. Le facciate scrostate in rosa antico e mattone vivo, le persiane verdi, le erbacce che crescono disordinate sopra la porta, il lastricato consunto da secoli di passi: non è uno scenario costruito per il turista, è la città vera, quella dei numeri civici impossibili e dei cavi dell'elettricità che attraversano i vicoli.
Eppure il turista è lì, nel mezzo di Venezia.
Spesso la parola turista porta con sé una sfumatura di disprezzo. Il ristorante "per turisti" è il posto dove si mangia male e si paga il doppio — il posto frequentato da chi non capisce, da chi passa e non resta, da chi guarda senza vedere. Ma questa fotografia racconta un altro aspetto: due persone che "si sono concesse" di non vedere, almeno per un momento. Che hanno scelto un angolo autentico — nessuna gondola in vista, nessun ponte celebre sullo sfondo — e ci si sono sedute sopra come avrebbero fatto due veneziane.
Il paradosso del turista è tutto qui: ha poco tempo, vuole ottimizzare ogni ora, e deve "visitare" a prescindere dal meteo, dall'umore, dalla stanchezza. È una figura votata all'efficienza sentimentale. Eppure ogni tanto si inceppa, si siede sul marciapiede, e proprio in quel momento smette di essere turista e diventa, per qualche minuto, abitante temporaneo del posto.
E poi, siamo onesti con noi stessi, ognuno di noi lo è. Almeno una volta all'anno, per qualcun altro, siamo noi i due seduti sul selciato con una bottiglietta d'acqua in mano, guardati con affetto misto a sufficienza da chi in quella città ci vive davvero.

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