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Etica e fotogiornalismo (e il caso Vernaschi)

Sull'ottimo blog "Fotocrazia", di Michele Smargiassi, si sta sviluppando un interessante dibattito sul tema (infinito) dell'etica e del fotogiornalismo.

Lo spunto per la discussione è stato un post del 27 aprile scorso, "L’impossibile scelta di Marco", dove Marco è il fotografo torinese Marco Vernaschi, 37 anni e un World Press Photo sulle spalle.
Vernaschi sta lavorando ad un progetto, finanziato dal Pulitzer Center on Crisis Report, sui sacrifici rituali di bambini in Uganda. Riporto dal blog di Smargiassi:
Durante una di queste investigazioni si è imbattuto nel dolore di una famiglia a cui, lo stesso giorno, era stata mutilata e uccisa una figlia di dieci anni. Dopo un lungo colloquio, durante il quale il fotografo ha spiegato il senso e le motivazioni del suo lavoro di denuncia, la madre ha accettato di mostrare il corpo straziato della bambina, riesumandolo dalla fosse in cui era stato appena sepolto. Vernaschi ha fotografato quel corpo. Al momento del congedo, il capo del villaggio gli ha chiesto "un contributo" per pagare le spese legali della famiglia. Vernaschi ha accettato di consegnare alla madre quello che aveva in tasca, una settantina di dollari.
Per farvela breve, scoppia il putiferio: le fotografie di Vernaschi sono ritenute (da alcuni blogger che sollevano la questione) lesive della dignità dei poveri bimbi, e Vernaschi stesso è accusato - per quei 70 dollari dati al capo villaggio - di aver violato i principi etici della professione (aggiornamento; il link all'articolo originale non è più attivo).

E così si è riaccesa la discussione: come giudicare il comportamento di Vernaschi? Se ha violato delle regole (scritte o non scritte), esiste un superiore diritto ad informare? Insomma, cosa è lecito fotografare e cosa no?

Smargiassi, nel post "La fame di Scianna (e qualche risposta)", prova a mettere un po' di ordine logico in questo argomento complesso.

Anche io ho espresso la mia posizione, che riporto di seguito:
Rispetto alle tre tipizzazioni proposte da Smargiassi, io mi trovo su di un’altra posizione: il fotoreporter ha sempre il dovere di mostrare tutto quel che vede, in nome del superiore obbligo della testimonianza.
L’unico limite imposto (e l’unico che possa essere imposto) è quello dell’etica del suo mestiere.
Di sicuro non può essere preso come limite invalicabile la legge (sono consapevole che questo punto può dar luogo a dei fraintendimenti, mi qui mi limito a portare l’esempio di una legge che vietasse l’attività dei FR durante una manifestazione), e penso che anche sulla “dignità umana” si dovrebbe riflettere: la famosa fotografia di Carter dell’avvoltoio e della bimba sudanese denutrita era rispettosa della dignità della sfortunata bimba? La fotografia di un padre che corre con in braccio il bimbo ferito da una scheggia di granata è rispettosa della dignità del bimbo? La sequenza fotografica della condanna a morte per lapidazione (si veda il World Press Photo di quest’anno) è rispettosa della dignità del “condannato”?
La mia impressione è che il 99% delle fotografie di fotogiornalismo ledano (in un modo o nell’altro) la dignità della persona, perchè gli eventi stessi che queste persone sono costrette a vivere la ledono, e la fotografia non fa altro che testimoniare questi eventi.
Insomma, l'argomento di Vernaschi è certamente di quelli da rivoltare lo stomaco, ma quei bimbi ci si sono trovati in mezzo e hanno vissuto questa aberrante storia (che li ha portato alla morte) sulla loro pelle. Capisco che a noi, che ci arrabbiamo se il bus è in ritardo di cinque minuti o il caffè freddo, queste storie possono dare fastidio.

"Ca77o, questa storia fa vomitare" e, disdetta, non riesco più a mangiare il cornetto già pagato. Già, che gli salta in mente a quelli del Pulitzer di finanziare questi progetti e di pubblicare queste foto, che ci mandano di traverso il boccone? "Ah, ma guarda. Furbetto il fotografo, ha pagato la famiglia." "Eh no, non si fa" "E queste foto, non violano forse la dignità di questi bambini (e forse anche qualche legge?)" "Eh no, non si fa" "Cattivo Vernaschi" "Scorretto, Vernaschi"

Cattivo, Vernaschi, cattivo e scorretto, che pretendi di portare nelle nostre case sicure la realtà del mondo. Che ci mandi di traverso il cornetto con il capuccino. Che ci fai parlare di questi fatti invece del rigore negato nel derby di calcio, o delle vicessitudini dei tronisti del momento.
Ah l'uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra a uno scalcinato muro!
Ricordate? E' Montale, l'immenso Montale, e lo scriveva 85 anni fa. Pensiamoci.

Ciao
Giovanni B.

Commenti

  1. GRAZIE per questo blog. Grazie per questo articolo. con il cuore.

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