28 settembre 2017

9/28/2017

Werner Bischof nasce in Svizzera, a Zurigo, dove studia fotografia con Hans Finsler e dove, in seguito, apre il suo studio fotografico e pubblicitario. Nel 1942 diventa un freelance per la rivista Du, che pubblica i suoi primi saggi di fotografia più importanti nel 1943, ricevendo il riconoscimento internazionale dopo la pubblicazione del suo reportage del 1945 sulla devastazione causata dalla Seconda Guerra Mondiale.

Fotografia a colori ci Werner Bischof, USA, 1954
Southern part of the USA, 1954 - © Werner Bischof/Magnum Photos

Negli anni successivi, Bischof viaggia in Italia e in Grecia per Swiss Relief, un'organizzazione dedicata alla ricostruzione post-bellica. Nel 1948 fotografa le Olimpiadi Invernali di St Moritz per la rivista LIFE. Dopo i viaggi in Europa Orientale, Finlandia, Svezia e Danimarca, lavora per Picture Post, The Observer, Illustrated ed Epoca. E' stato il primo fotografo ad iscriversi alla Magnum insieme ai membri fondatori nel 1949.

Non amando la "superficialità e il sensazionalismo" del business legato alle riviste, ha dedicato gran parte della sua vita lavorativa alla ricerca dell'ordine e della tranquillità nella cultura tradizionale, cosa che non l’ha fatto apprezzare particolarmente  dagli editori. Nonostante questo, è stato inviato dalla rivista Life per un reportage sulla carestia in India (1951), e ha continuato a lavorare in Giappone -evidenziando il confronto spietato tra gli elementi della cultura tradizionale giapponese-, nella Corea devastata dalla guerra, Hong Kong e Indocina. Le immagini di questi reportage sono state utilizzate per le maggiori riviste in tutto il mondo.
Nell'autunno del 1953, Bischof crea una serie di fotografie a colori composte principalmente degli Stati Uniti, di cui coglie lo sviluppo urbano. L'anno successivo viaggia in Messico e Panama, poi in una remota parte del Perù, per realizzare un film. Tragicamente, muore in un incidente stradale nelle Ande il 16 maggio 1954, solo nove giorni prima che il fondatore di Magnum, Robert Capa, perdesse la vita in Indocina.

Veramente bella la presentazione di Michele Smargiassi su Repubblica ,"Il fotografo che non voleva essere reporter".

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