19 dicembre 2008

Maurizio G. De Bonis, nel già citato articolo "Prove di dialogo sulla fotografia italiana" (CultFrame), accenna anche al rapporto tra fotogiornalismo e etica.
Una premessa: prima di proseguire, per contestualizzare le affermazioni di De Bonis vi invito a leggere tutto l'articolo citato (fra l'altro interessante sotto molti aspetti).
De Bonis scrive:
"Dal mio punto di vista, ciò che avverto come terribile nel fotogiornalismo italiano, e non solo, è la mancanza totale di etica fotografica. E questa mancanza totale è a mio avviso generata dall’atteggiamento colonialista di molti fotografi, [...] La logica è la seguente: si fotografa il dolore e la fame per allontanarle da noi, per poter dire a noi stessi che quello che succede in Darfur o in Congo, in Europa o negli USA non potrà mai accadere. Come è gratificante sentirsi parte del mondo ricco… [...] Molti fotogiornalisti farebbero molto bene a riflettere su quello che fanno (cioè non informano ma volgarmente rappresentano generando fraintendimenti) e a cercare di capire che avere atteggiamenti da star (vantandosi di essersi messo un elmetto in testa o di essere riuscito a fotografare l’agonia di un essere umano che sta morendo di fame o una bambina prostituta) non produce né informazione e neanche cultura fotografica."
Il tema (etica e fotogiornalismo) è interessantissimo e di sicuro non lo risolveremo ne ora, nè probabilmente mai, ma -poichè non condivido questa affermazione- provo a proporre qualche spunto critico .

Il tema della necessità/opportunità di fotografare un "essere umano che sta morendo" esplose drammaticamente nel 1993, quando il The New York Times pubblicò la drammatica fotografia di un'avvoltoio e di una bimba sudanese gravemente denutrita, foto che di lì ad una anno avrebbe consegnato il Premio Pulitzer al suo autore (il fotografo Kevin Carter).
La fotografia, che documentava in modo brutale le conseguenze della seconda guerra civile in Sudan, scatenò violente reazioni contro il fotografo, accusato di non aver fatto nulla per salvare la bambina. Doveva o non doveva scattare quella fotografia?

Carter una risposta l'aveva già data. A metà degli anni '80, infatti, dopo aver assistito e fotografato la brutale esecuzione di un uomo con il sistema del "collare", si era così espresso:
'I was appalled at what they were doing. I was appalled at what I was doing. But then people started talking about those pictures... then I felt that maybe my actions hadn't been at all bad. Being a witness to something this horrible wasn't necessarily such a bad thing to do.'
Il che richiama immediatamente le parole di James Nachtwey:
"I have been a witness, and these pictures are my testimony. The events I have recorded should not be forgotten and must not be repeated."
Entrambi i fotografi pongono, alla base della propria attività fotogiornalistica, la necessità di testimoniare ad un pubblico più vasto alcuni fenomeni, terribili, affinchè diventino di pubblico dominio, non siano dimenticati e possano non ripetersi.

La logica, quindi, non sembra essere quella di gratificarsi sentendosi parte del mondo ricco, come afferma De Bonis, quanto piuttosto quella di testimoniare al mondo ricco che la sua condizione di benessere è un privilegio (o un dono) immenso e raro. O, per dirla con le parole del fotoreporter Reza Deghati:
This is the message that photographers should convey to everybody: 'Hey! Wake Up!'

The image that I have is that the rich countries in the world are like a big Titanic where everything is regulated inside. You have different rooms – First-Class, Second-Class – you have a place to sleep and everything is working. There is a fantastic chef and all kinds of restaurants, a concert hall, and entertainment, all in this boat. Everything is fine and people are having fun.

We, the photojournalists, are also living on this boat. Sometimes we jump out to go and see what is happening outside. What we find is that... My God, this boat is sailing in an ocean of fire and blood, everywhere. People are dying. Living in horrible conditions. Just holding onto some broken piece of wood with a family in the ocean, while the Titanic is just moving around them, sometimes even destroying them. So what we do is talk to these people and take some pictures, then we go back to the Titanic and we try to show our pictures, saying, 'Wait a minute! Stop! Stop! Look what's going on!' But the chef goes on serving the food and the passengers look at us and say 'give us a break – I'm eating my food. I'm opening the champagne.'

The reason why we are doing this is to save both of these [groups of] people – [those] down in the ocean of fire and blood and also the people on the Titanic. If the people on the Titanic don't care about those people suffering in the ocean, the Titanic will be hit. It will be hit. There are too many people in fire and blood all over the world. There are too many suffering."
Poichè De Bonis ha, nell'articolo citato, solo accennato a questo vastissimo argomento, mi piacerebbe molto che tornasse ad affrontare -in modo più ampio- il rapporto tra etica e fotogiornalismo.

Personalmente, se devo pensare ad un atteggiamento da "star" mi è molto più facile pensare alla immagini che Oliviero Toscani produsse per promuovere i prodotti Benetton negli anni '90 che alle immagini di un fotoreporter.

1 commenti:

  1. Le problematiche connesse ai rapporti tra etica e fotogiornalismo sono estremamente complesse e purtroppo i fatti dimostrano come a rispettabilissime affermazioni del tenore di quelle citate, non sempre corrisponda un coerente comportamento reale.
    E quel che possiamo vedere è abbastanza grave, purtroppo...
    Esempio 1

    Esempio 2

    Esempio 3

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