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Chantal Pinzi: Sì! c'è ancora spazio per il reportage fotografico

Chantal Pinzi è una giovane fotografa italiana: 26 anni, vive a Berlino, due anni fa si è laureata in fotografia. Quest'anno il suo progetto sulle donne skaters in Marocco (Shred the Patriarchy) é stato premiato come vincitore della seconda edizione del Premio Internazionale di Fotografia Esperanza Pertusa, un concorso fotografico internazionale che valorizza e sostiene i lavori di documentazione e denuncia delle situazione di povertà ed esclusione sociale vissuta da milioni di esseri umani nel mondo. Questo premio è stato il pretesto per organizzare un'intervista con Chantal per parlare sia del suoi progetti, sia delle prospettive per il fotogiornalismo.

gio.bi: Buongiorno Chantal e grazie per la tua disponibilità. Anzitutto, chi è Chantal Pinzi? Una giornalista, una reporter, una fotoreporter o che altro?

Chantal Pinzi: Amo essere testimone del mio tempo e documentarlo attraverso la fotografia, uno dei tanti linguaggi che mi permette di esistere. Forse questo basta per definirmi fotografa, un’espressione che riesce a racchiudere una moltitudine di sfumature più ampie e diverse tra di loro rispetto ad un fotoreporter o giornalista. Ma se proprio devo circoscrivermi, mi considero un’attivista visuale.



gio.bi: "Attivista visuale": la definizione della Treccani per attivista è la seguente: "Chi svolge intensa attività in seno a un partito o a un sindacato; agitatore politico o sindacale". Tu cosa intendi esattamente?

CP: Penso che arriva un momento in cui non è più accettabile essere un sostenitore passivo di una causa, prendere una posizione attraverso un’azione diventa necessità.

Per me attivismo è quindi agire nel concreto. Non per forza deve essere nelle strade in protesta. Lo manifesti attraverso il modo in cui mangi, il linguaggio che utilizzi per esprimerti o addirittura nel modo in cui ami. La fotografia è uno dei tanti mezzi possibili.

Il mio attivismo nasce prima del mio ingresso nella fotografia. Nasce nell’adolescenza, con la consapevolezza di essere donna e di abitare un corpo che di per sè è una lotta. Sono cresciuta resiliente a un sistema penalizzante sotto molteplici aspetti. Non ho mai accettato il “è da sempre così, e così sarà per sempre” ma, piuttosto, ho voluto cercare di capire i meccanismi di potere, di oppressione strutturale, il sessismo, la misoginia… sentendo anche mia la responsabilità di fare opposizione.


gio.bi: Hai 26 anni e almeno 3 reportage "importanti" all'attivo (mi riferisco a quelli confluiti nei lavori "Shred the Patriarchy", "Guajiros", "The running man"), quindi parliamo di reportage. Anzitutto, come nasce l'idea di un reportage? E come ti documenti?

CP: I miei lavori affrontano spesso questioni di resilienza di comunità fratturate ed emarginate. Mi interessa raccontare le storie di quelle persone che resistono, a volte in modo alternativo, e nonostante spesso le ingiustizie prendano il sopravvento, continuano a credere in un’umanità diversa. Per quanto riguarda il documentarsi, tutto può essere fonte di inspirazione: libri, mostre, poesie ma anche internet e i social. Per l’ultimo mio progetto, Shred the patriarchy, Instagram mi ha dato la possibilità di creare la mia rete di contatti prima ancora di arrivare in Marocco.


gio.bi: Hai già avuto qualche committente?

CP: No, ancora nessun committente ma sono in contatto con un’ agenzia interessata ad alcuni lavori che ho intenzione di realizzare quest’inverno in Colombia.


Guajiros, foto di Chantal Pinzi

gio.bi: Quando il lavoro non è commissionato, come copri le spese di produzione? E poi come distribuisci il lavoro che hai realizzato?

CP: Partecipo a grants, contests, scholarships e - quando si vince - ho le entrate per finanziarmi il viaggio. Poi cerco di vendere il lavoro. Sto comunque mantenendo un lavoro stagionale estivo che mi permette di risparmiare qualche soldo per i miei viaggi d’inverno.


gio.bi: Come selezioni le foto finali che entreranno a far parte del progetto? C'è qualcuno che ti aiuta?

CP: L’editing è un tasto dolente. Ammetto di aver sempre molta difficoltà nel selezionare gli scatti più coerenti, costretta a uccidere magari quelli a cui sono più affezionata per ottenere una storia visuale efficace. L’anno scorso, sono stata selezionata allo Student Canon Program e, di recente, ho partecipato a un workshop organizzato da Magnum Photos dove ho avuto la possibilità di esercitarmi con fotografi come Yael Martínez, Nanna Heitmann e Muhammed Muheisen che mi hanno nutrita di preziosi consigli. Chiedo sempre un’opinione anche al grande fotografo e amico, nonché ex-professore Michael Danner che sta appunto seguendo l’editing del mio ultimo lavoro Shred the patriarchy.


gio.bi: Due dei tuoi lavori sopra citati sono ambientati in Marocco, in Colombia, Paesi non proprio facili. Come programmi il viaggio e quali accortezze è opportuno adottare sia per la riuscita del progetto, sia per la sicurezza fisica?

CP: Per un certo tipo di storie è necessario il tempo, il quale ti permette di instaurare un rapporto di fiducia con il tuo soggetto e poter investigare profondamente e in modo articolato l’argomento che si vuole raccontare. A volte è indispensabile contattare un fixer, che può essere un collega che lavora in quel paese o un attivista disponibile a introdurti nella comunità scelta per il reportage.


Shred the Patriarchy, foto di Chantal Pinzi

gio.bi: Quando parti per un viaggio cosa metti nel tuo zaino fotografico?

CP: Viaggio sempre con una lente fissa, un 35 mm o un 50 mm, e una focale zoom, un 24-70 mm. Di solito nel marsupio ho un taccuino per appunti e una compact camera che dà meno nell’occhio e mi permette di fotografare in situazioni più delicate.

Non mancano mai un paio di rullini e una camera analogica, di quelle point and shoot. Amo sviluppare le mie foto al ritorno da un viaggio e percepire quella sensazione meravigliosa nel vedere finalmente lo scatto buono tanto atteso, è come se fosse l’ultimo regalo di quel posto.


gio.bi: Per "Guajiros" hai realizzato sia le fotografie sia il testo. Una necessità dettata dal mercato o scrivere è una cosa che ti piace fare?

CP: Mi piace molto scrivere, però è un altro mestiere e sto imparando da autodidatta. Sicuramente una serie fotografica accompagnata da un testo è molto più fruibile del solo racconto visuale.


gio.bi: Le immagini di "The running man" sono di notevole impatto estetico ed emotivo, ma quanto di più lontano si possa immaginare dalla fotografia di reportage tradizionale. Ce ne puoi parlare?

CP: Anche se a volte è moralmente inevitabile mostrare determinate immagini, in linea di massima cerco di non utilizzare un messaggio visuale violento per raccontare eventi drammatici della nostra società. Preferisco l’arte e la bellezza come mezzi per creare un altro tipo di narrazione, forse più efficace, narrazione che contrasta in qualche modo quel tipo di informazione che tutti noi siamo ormai abituati a digerire velocemente.

Nel progetto The Running Man ho voluto esplorare diverse strategie di rappresentazione, scegliendo poi di esporlo nelle strade, in grande formato, una street art disponibile e gratuita per tutti.

Ho sperimentato anche con delle polaroid; bruciandole ho voluto esprimere visivamente la decadenza e la perdita di identità dell'essere umano costretto a migrare. Il supporto scelto mi ha aiutato a trasmettere questo messaggio. Credo che l’arte sia alla base della più profonda umanità ed è attraverso di essa che l'uomo, da sempre, ha articolato i suoi pensieri più intimi, le sue convinzioni più profonde, prendendo coscienza di chi siamo veramente.


The Running Man, foto di Chantal Pinzi

gio.bi: Renee Burri ha dichiarato che il fotogiornalismo è morto più di 60 anni fa. Che senso ha, allora, fare fotogiornalismo oggi?

CP: Proprio ritornando al discorso di come oggigiorno vengono consumate le informazioni, scrollandole alla velocità di un tweet, penso che sia necessario ritornare ad un supporto più lento, che dia il tempo per riflettere e interiorizzare le informazioni appena ricevute.


gio.bi: Com'è la situazione del mercato del lavoro, secondo te c'è la possibilità di mantenersi facendo la fotoreporter?

CP: C’è sempre una possibilità. È tutta questione di idee, abilità, passione, coraggio e onestà radicale senza effetti speciali. Ma è una strada in salita, non lo nego. Soprattutto i primi anni dopo l’università, quando la bolla scoppia e ti ritrovi a camminare da sola in un mondo dove nessuno ti conosce, dove le tue email finiscono direttamente nella posta indesiderata degli editors dei giornali più ambiti e tutti i lavori disponibili nel campo della fotografia richiedono un’esperienza minima di cinque anni. A volte si pensa di aver raccontato qualcosa di importante e invece viene rifiutato dalle agenzie. Tutti ricevono dei rifiuti, colleghi che oggi sono Magnum’s member, ieri non erano stati accettati nemmeno in facoltà. Bisogna persistere perché non c'è alternativa, non è solo un mestiere è uno stile di vita e, senza, perdiamo l’essenza di noi stessi.


gio.bi: con l'ultima domanda torniamo ai tuoi lavori. Quale sarà il soggetto del tuo prossimo progetto fotografico?

CP: A novembre ritorno in Colombia per continuare il mio progetto Guajiros, questa volta focalizzandomi sull’impatto ambientale e sociale del Cerrejon, una delle miniere di carbone a cielo aperto più grandi al mondo, situata nel territorio della Guajira.


In bocca al lupo a Chantal per i suoi progetti futuri; potete sostenere il suo impegno e approfondire i suoi progetti seguendola sia sul suo sito web, sia sul suo profilo Instagram.

Di seguito riporto anche i link dei fotografi citati nell'intervista:

Ciao
gio.bi

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