16 gennaio 2021

1/16/2021

Con Francesco la scaletta di domande che mi ero preparato è durata giusto il tempo della prima domanda. Poi la sua passione ha preso il sopravvento: quando si parla di musica e di fotografia assieme, Francesco diventa un fiume in piena, piacevolissimo da seguire, impossibile da arginare :)

Ritratto di Francesco Algeri fotografato da Serena Caffarelli
francesco algeri fotografato da serena caffarelli


Ciao Francesco. Nel tuo sito scrivi che ti consideri "un fotografo di strada prima di tutto", "ossessionato dal cercare collegamenti tra i sogni e la vita che scorre" davanti ai tuoi occhi. E, in effetti, il tuo primo lavoro che ricordo è questo, legato alla Route 66. Ma, oggi, che ci fa il "fotografo di strada" Francesco Algeri sotto ad un palco?

Ecco, innanzitutto, devo dire una cosa: la musica è il filo conduttore della mia vita. 

La musica e la fotografia sono sempre state le mie due più grandi passioni, da sempre; suono la chitarra, ovviamente come passatempo, colleziono vinili, colleziono CD… sono cresciuto in un mondo dove l’aspetto musicale è sempre stato preponderante... Quindi, che ci faccio sotto il palco? Da un certo punto di vista è stato quasi naturale per me arrivare sotto il palco, perché - ripeto - sono un grosso appassionato di musica e mi viene naturale. Io fotografo le persone sul palco, Giovanni, come vorrei nel mio immaginario che fossi fotografato io quando suono; provo quasi una certa invidia per le persone sul palco, no?

Concerto degli The Zen Circus fotografato da Francesco Algeri
the zen circus | indiegeno fest


Come hai iniziato?

Sono un pubblicista, come tu ben sai, e a Messina c’era il Jazz Festival e, visto che ho sempre avuto la passione per la fotografia, ho pensato “OK, vado lì e gliele faccio io le foto”. E da quel momento in poi sono sempre rimasto sotto il palco.

 

Questa conoscenza approfondita della musica e dell’immaginario musicale ti aiuta, secondo te, quando fotografi?

Secondo me sì. Ho visto migliaia di concerti (io sono dell’82, YouTube ovviamente non c’era e quindi i concerti me li guardavo sulle videocassette, poi sui DVD, e da adolescente salivo sui treni per andarmi a vedere i live), ho comprato tantissimi giornali di musica, quindi le immagini dei live io ce le ho in mente; e, ovviamente, ho anche tanti riferimenti fotografici perché, avendo anche la passione della fotografia, andavo a comprare anche libri, che ne so, di Guido Harari o di Elliott Landy, giusto per citarti i due che forse mi hanno influenzato di più. Da Elliott Landy ho sicuramente preso tanto, anche per quello che riguarda l’uso dei prismi e delle doppie esposizioni.


Ecco, questo è un aspetto che mi interessa. Nelle tue fotografie ai concerti non mancano gli "effetti speciali": immagini multiple, filtro cross screen ed altro (immagino). Come li ottieni e, soprattutto, perché questa scelta stilistica?

Io sono innamorato di alcune fotografie che faceva Elliott Landy con le pellicole a infrarossi; tra le foto che lui ha fatto a Bob Dylan con una pellicola a infrarossi, ce n’è una con lui appoggiato a una macchina e, dietro, delle piante che sono rosse. Quelle in realtà non sono rosse, ma sono il risultato delle pellicole a infrarossi. Questi colori così sgargianti, queste immagini così particolari mi hanno sicuramente influenzato.

Nella mia ricerca fotografica ho collaborato anche con lomography e, quindi, utilizzavo le doppie esposizioni ecc., insomma, com’è, come non è a un certo punto, un po’ per la voglia di interpretare i live, un po’ semplicemente per voglia di sperimentare, un po’ anche per differenziarmi, ho voluto un po’ sporcare le mie immagini... non ho inventato nulla, senz’ombra di dubbio mi sono semplicemente ispirato a immagini che avevo già visto.

Adriani Viterbini fotografato da Francesco Algeri
adriano viterbini - i hate my village | mish mash festival


E come li ottieni? Quanta post produzione c’è nei tuoi scatti?

Io realizzo sempre tutto in fase di scatto, non utilizzo mai Photoshop (io utilizzo solo Lightroom); tutti quegli effetti che vedi sono o vecchi prismi che utilizzo ponendoli davanti all’obiettivo, o dei filtri a stella. Né più, né meno. Mio nonno paterno era un grosso appassionato di fotografia, e mi sono ritrovato in casa i suoi prismi, o i filtri a stella che utilizzava nelle feste di natale; un’estetica molto anni ‘80. 

Per quanto riguarda le doppie esposizioni, certe volte, quando vado ai concerti, sai che faccio (anche per provare)? Fotografo le luci, proprio le luci, magari con gli effetti a stella, e poi le monto in macchina, con la funzione di doppia esposizione che mi ritrovo sulla Nikon, direttamente su un’altra immagine. Non perdo più di trenta secondi in tutto. Anche perché mi secco a stare al computer a perdere tempo con Photoshop, voglio essere veloce.


È quasi un approccio analogico al mondo digitale…

Esatto. Invece di tirare indietro la pellicola, o non farla scattare come capitava in alcune macchinette lo faccio direttamente in macchina. Bravo, hai sintetizzato perfettamente.

da new orleans a chicago, the birthplaces of american music


Ti faccio una domanda che non c’entra niente con quanto detto finora, ma ho il sospetto che tu mi saprai dare una risposta. Io sono affascinato dalla potenza della musica punk, e mi sono domandato spesso “ma come potrei fotografare in un modo punk?”, che non vuole dire sporco o disordinato, ma proprio far trasudare in una foto tutta quella energia. E sai che non ho ancora trovato una risposta? Tu hai qualche idea, qualche fotografo che ti viene in mente?

Il primo fotografo che mi viene in mente sai chi è? Daidō Moriyama. Lui è estremamente punk. Perché la fotografia di Daidō Moriyama è un bianco e nero a volte grezzo, supercontrastato, e magari un purista potrebbe dire “troppo contrastato, ci sono troppi neri!”, ma è una fotografia che tende a fissare quell’attimo, quel momento, a discapito anche, che ne so, del mosso, del micromosso, a volte con quel flash sparato. La reputo una fotografia molto punk, grezza ma allo stesso tempo esteticamente accattivante che è un po’ quello che fu il movimento punk. I punk erano grezzi ma anche, se pensiamo a quelle creste, a quelle catene attorno al collo, esteticamente accattivanti.


Cito da un tuo post su Facebook: «Io al mio solito a smadonnare per proteggere l'attrezzatura, considerando che al Locomotive non c'è la "PIT" ma tanto io sono abituato perché anche al Retronouveau non c'è e quindi fanc*ulo fatevi sotto perché tanto scatto lo stesso. Anzi un po’ mi appoggio su di te, un gomito sulla tua spalla, spostati un secondo, stai feeeermo. Bravo. Gran concerto, gran band....». Ecco, parliamo di attrezzatura: Quanto conta realmente l'attrezzatura quando si tratta di fotografare un concerto? E, oltre all'attrezzatura specifica (fotocamere, ottiche, filtri ecc), c'è qualcosa che è indispensabile portarsi dietro?

Indispensabili sono i tappi per le orecchie. Te lo dico seriamente, non è una battuta!, e ti spiego il perché. Solitamente i fotografi stanno nella “pit”, lo spazio tra il palco e le transenne, e là ci sono le casse, i subwoofer; stare lì sotto, con quelle casse che servono a trasmettere la musica a mille-duemila persone, non fa molto bene all’udito perché, dai oggi, dai domani, rischi veramente di avere dei problemi. Quindi una cosa fondamentale da portare sono i tappi; non dei semplici tappi per le orecchie, ma quei tappi che servono a proteggere i timpani e che ti permettono di sentire la musica. Sembra una cavolata ma non lo è; il fotografo di concerti rischia di diventare sordo molto presto.

Poi, come attrezzatura, entriamo nello specifico, secondo me non vi è differenza se utilizzi una full frame, una APS-C, una mirrorless, una reflex anche perché, oramai, tutte le macchine di ultima generazione, come tu ben sai, reggono gli ISO molto bene. Contano, secondo me, molto di più le ottiche; è consigliabile avere delle ottiche molto luminose, anche se, ti posso dire, nei palchi di nuova generazione la luce c’è. Ma nei piccoli club di solito è piuttosto buio, quindi ho bisogno di un’ottica molto luminosa, proprio per non mettere in crisi la macchina fotografica, la messa a fuoco e quant’altro.

L’ottica cambia sempre in base al palco, questo è fondamentale. Se parliamo di palchi grandi non puoi non avere un 70-200mm e un 24-70mm. Se so che sarò molto vicino al palco mi porto un 24-120mm, che è quello che utilizzo quasi sempre, così mi ritrovo anche un teleobiettivo un po’ più spinto, e il cinquantino. In alcuni club sei talmente vicino al palco che potresti anche utilizzare un grandangolo spinto, un 16mm, un 14mm, questo dipende sempre da dove sei.

Se stai iniziando e puoi acquistare una sola ottica prendi un 24-70mm luminoso, F2.8. Più luminoso è. meglio è.

Anche se, ti posso dire una cosa?, io scatto spesso con il 24-120mm che è un F4, però so che la Nikon D750 mi tiene molto bene gli ISO, quindi salgo di ISO, arrivo anche a 6400 ISO, perché tanto in post-produzione il rumore lo elimino facilmente. Quindi, alla fin fine, quando sai quello che devi fare, quando sai come scattare, non hai grandi problemi, però per chi deve iniziare è meglio avere delle ottiche luminose.

Zanias al Retronouveau fotografata da Francesco Algeri
zanias | retronouveau


Quanti concerti hai fotografato fino ad ora?

Un centinaio. Ma la mia fortuna è stata anche quella, e ci tengo a dirlo, di avere un club come il Retronouveau qua a Messina che ha fatto della sua qualità artistica la sua bandiera; per dirti, i cantanti che vedremo a Sanremo, i vari Coma_Cose, Fulminacci eccetera, li ho già fotografati per il Retronouveau. Poi ovviamente mi faccio anche i miei concerti in giro per l’Italia, quelli un po’ più importanti, quando riesco a farmi accreditare. Perché l’accredito, per noi fotografi freelance, è oro.


Il concerto più bello che hai fotografato?

Due anni fa a Milano, il concerto di Johnny Marr, chitarrista dei The Smiths, una band storica. Perché? Perché lui è un mio mito, e perché lui ha poi acquistato tre delle mie immagini per inserirle nel suo merchandising. Quella per me è stata una soddisfazione enorme, una doppia emozione.

Concerto di Johnny Marr fotografato da Francesco Algeri
johnny marr | comet tour


Attribuiscono ad Ansel Adams questa frase: "Tu metti nella fotografia tutte le immagini che hai visto, i libri che hai letto, la musica che hai ascoltato, e le persone che hai amato". Quindi, ti chiedo, sapresti indicarmi un fotografo o un artista, un libro, un disco e una persona che più ha influenzato il tuo modo di fotografare? Uno solo.

Iniziamo da un fotografo

E’ una domanda cattiva, perché è come chiedere se vuoi più bene a mamma o papà. Quindi due concedimeli! Io amo la fotografia a colori, se tu ci fai caso io ormai scatto solo a colori, quindi, per come esprimono e catturano il colore, ti cito Alex Webb e Bruce Davidson. Alex Webb è il mio riferimento, mi piace molto il suo modo caravaggesco di giocare con le ombre, quelle ombre molto nette, definite, questa luce che esce dal buio è una cosa che io vado a cercare nella mia fotografia. E poi Bruce Davidson. Bruce Davidson è un altro che mi ha influenzato tantissimo. Subway, il volume con le foto realizzate nella metropolitana newyorkese, ha portato la fotografia a un livello che non è più soltanto reportage, non è più soltanto street, ma è stile. Lì dentro ci trovi tutte le novità anche stilistiche di quel periodo storico, la moda dei giovani newyorkesi, il loro modo di vivere gli spazi, di vivere l’abbigliamento.

Poi ti potrei anche dire David Alan Harvey, o l’italiano Luigi Ghirri, che era il fotografo preferito di mio nonno. Io sono cresciuto con le Kodachrome in casa, questo sicuramente avrà influenzato la mia visione... perché poi, quando vado a vedere i fotografi che ho amato, gira e rigira tutti utilizzavano la Kodachrome.

Un libro

Furore, di Steinbeck. Non a caso sono andato a ripercorrere quella strada, la Route 66.

Un disco

Eh va be’, anche qui… anzitutto Anima Latina, di Battisti, l’album che forse più di tutti mi ha influenzato fotograficamente. Quando ero piccolo stavo lì a guardarmelo: ci sono questi ragazzini che giocano e c’è il sole che sembra quasi una stella, ed è il filtro a stella che usa il fotografo Cesare Montalbetti; quella fotografia mi ha influenzato tantissimo dal punto di vista dell’immagine.

E poi Siamese Dream degli Smashing Pumpkins, che è una delle mie band preferite. In copertina ci sono due bambine, due gemelle; quella è un’immagine che mi si è impressa nella mente. E anche il libricino di quel disco; è un libriccino con molte fotografie, hai presente quelle foto da vecchio album di famiglia di una volta? messi in posa? in questo caso erano colorate, un po’ scarabocchiate, c’era un aspetto quasi da lomo.

La persona

Oltre a mio nonno, che aveva una grossa passione per la fotografia, ti dico mio padre, per un motivo molto semplice: lui è sempre stato meticoloso nel conservare tutte le immagini di famiglia anno per anno; lo ha sempre fatto con amore e con attenzione e io gli davo una mano a sistemare gli album. Sai, ovviamente adesso abbiamo il digitale, ma quando io ero piccolino scattavi le foto durante le feste o nelle gite di famiglia, poi le portavi al laboratorio vicino casa, le andavi a riprendere e poi le dovevi sistemare negli album, ed era una cosa che mi piaceva tantissimo! E forse io lì ho appreso le mie prime lezioni di editing perché, più che a’ muzzu, come si dice dalle mie parti; con le immagini scattate in famiglia creavamo una storia. E poi ci teneva a scattare immagini nei momenti importanti, mi ha insegnato l’importanza di conservare i ricordi. Questo sicuro glielo devo a lui.

da new orleans a chicago, the birthplaces of american music

Il complimento più bello che hai ricevuto come fotografo?

Guarda, sicuramente per me è stato un grosso complimento il fatto, come ti ho detto prima, di riuscire a vendere al mio mito delle immagini scattate da me. Di fatto questo, indirettamente, è un complimento.

Però in questo momento non mi viene in mente una frase diretta da poter dire “Guarda, mi hanno detto così…”. Ecco, forse il complimento più grande è che mi dicono che io so interpretare la musica; me l’hanno detto molti musicisti o artisti che ho incontrato nell’arco degli anni. “Che io so interpretare la musica”, poi cosa significhi nello specifico non lo so :)

da new orleans a chicago, the birthplaces of american music


Cosa significa fare il fotografo professionista oggi? È una carriera che consiglieresti ad un ragazzo?

A me, come ti ho detto, viene molto naturale fotografare la musica. Purtroppo non posso fare solo questo, perché, se una volta ti potevi specializzare e fare solo ed esclusivamente una cosa, oggi questo è impensabile . Io sono un fotografo freelance e questo significa che io fotografo a 360°: posso fotografare un matrimonio, un battesimo, un concerto, una manifestazione o fare un lavoro di still life.

E questo non perché non ho le idee chiare su quello che mi piacerebbe fare, perché io sono un fotogiornalista, mi sono formato e ho studiato per diventarlo, sono cresciuto con il mito del fotogiornalismo, e mi basterebbe essere un fotografo di cronaca . Però, siccome voglio lavorare con la fotografia, e con il solo fotogiornalismo non riuscirei a campare, ho ampliato il mio lavoro a 360° e, talvolta, vado a fotografare anche roba che non mi interessa fotografare. Lo faccio perché ho le competenze tecniche per farlo, perché mi dico “Questo è il mio lavoro”, ok? Però magari una volta, 40 anni fa, avrei potuto dire “faccio solo il fotografo di concerti” e campare solo di quello; adesso non è possibile. Adesso è molto difficile fare questa professione; molto, molto difficile!


Ma la consiglieresti ad un ragazzo che vuole iniziare?

Io la consiglierei a tutti! Io consiglio alle persone di lottare e, nel caso, fare anche dei sacrifici o scendere a compromessi, e per scendere a compromessi intendo andare a fotografare qualcosa che non ti interessa fotografare, se il tuo desiderio è lavorare con la fotografia. Ma questo vale per qualsiasi ambito; viviamo in un periodo di crisi generale dove, comunque, in ogni lavoro sei sottopagato, sottostimato eccetera eccetera, tanto vale sacrificarsi per fare qualcosa che si ama veramente. Questo è il consiglio che posso dare io. Se ami la fotografia, se vuoi fare il fotografo, allora fallo. E poi penso che, prima o poi, questa situazione finirà, e se hai qualcosa da dire avrai sempre qualcosa da dire, se vali varrai sempre. 

Concerto di Massimo Volume fotografato da Francesco Algeri
massimo volume | retronouveau


L'ostacolo più difficile che hai dovuto superare come fotografo?

All’inizio, la diffidenza di chi mi vedeva troppo giovane per fare questo lavoro. E la mancanza di un punto di riferimento, di una redazione.

Miriam Maffai una volta ha scritto che le dispiace per tutte quelle persone, piene di amore e passione, che sono rimaste fuori dalle porte delle redazioni; ecco, alla nostra generazione è mancato il contatto con le redazioni. Noi siamo cresciuti con il mito delle redazioni, noi ci siamo formati per servire al meglio una redazione ma, nel momento in cui ci siamo introdotti in questo mondo, sono mancate le redazioni; è cambiato tutto il modo di lavorare.


Per chi ama la musica questo 2020 è stato veramente bastardo. La prima cosa che farai non appena si potrà tornare ai concerti? 

Mi godrò un concerto. Mi godrò di più i concerti; prima era diventata un po' una routine e mi preoccupavo soprattutto di aver preso la foto giusta. Non pensi che sei un privilegiato che ha la possibilità di ascoltare buona musica, al caldo, per due ore, e che le foto te le puoi riguardare anche a casa. Diamo per scontata la possibilità di andare ai concerti ma abbiamo visto che non è così; nei giorni scorsi su un sito di musica c'era questo meme che descrive bene la situazione "Minchia, nel 2021 vado ad ascoltare anche i cugini di campagna".

***

PS: Felice coincidenza, proprio il giorno fissato per l'intervista Francesco ha ricevuto la notizia di essere stato premiato con menzione d’onore al Chromatic Awards 2020 per il reportage sulla Highway 61. Lo festeggiamo con questa sua foto! :)

chromatic awards 2020, menzione d'onore


NB: Tutte le foto sono di Francesco Algeri e sono usate con il permesso dell'autore.

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