25 settembre 2017

Mamma mia, quanto è bella questa intervista a Robert Doisneau; è come piombare, in un istante, dal caos della quotidianità in un mondo educato, gentile. Lontano, ma del quale si sente nostalgia.
Quello che io cercavo di mostrare era un mondo dove mi sarei sentito bene, dove le persone sarebbero state gentili, dove avrei trovato la tenerezza che speravo di ricevere. Le mie foto erano come una prova che questo mondo può esistere.
Mi sarei annotato ogni passaggio di questa lunga chiacchierata ma, alla fine, ho scelto di concentrarmi sull'aspetto che più mi ha colpito, questa idea del meravigliarsi.

Les concierges de la rue de Dragon, Robert Doisneau, 1948

E' un'idea bellissima, antica e tremendamente controtendenza.
Oggi tutti puntiamo a stupire, a fare qualcosa che colpisca l'attenzione, qualcosa che ci metta al centro dell'attenzione.
E qui, invece, Robert Doisneau ci parla della capacità di "meravigliarsi", di stupirsi, di sapersi riconoscere di fronte ad una cosa più grande di noi, di saper riconoscere la bellezza ed il mistero delle cose che ci circondano. Se ci penso, beh, che rivoluzione non solo per il mio modo di fotografare ma, soprattutto, per il modo di mostrare e condividere le mie foto.
Dunque mi alzo ed esco, con un desiderio di vedere e di ammirare. Questo, il meravigliarsi, non si impara nelle scuole. E non succede tutti i giorni.
Io mi impongo dei limiti, mi proibisco di mostrare certe cose, la violenza per esempio. So che esiste, che ci sono dei fotografi che la mostrano molto bene, e io non dico che hanno torto, ma non è una cosa che fa per me, il settore è troppo affollato. Il meravigliarsi, al contrario, è un obiettivo che pochi fotografi si sono dati. Ci si può meravigliare davanti a un oggetto, un edificio, un albero. Un personaggio può sembrarci misterioso quanto un oggetto, perché non sappiamo quello che succede dentro di lui.
Inutile dire che vi ho ritrovato tante assonanze con Il fanciullino del Pascoli, già richiamato anni fa nel post "Un'esplosione di gioia" e che ora ti ripropongo, perchè un fotografo (professionista o semplice appassionato) non può prescindere da questa capacità di vedere "tutto con maraviglia, tutto come per la prima volta":
Tu sei savio e mi contento. Non vuoi né ripetere il già detto né trovare l'indicibile; non vuoi essere né un'inutilità né una vanità. Vuoi il nuovo, ma sai che nelle cose è il nuovo, per chi sa vederlo, e non t'indurrai a trovarlo, affatturando e sofisticando. Il nuovo non s'inventa: si scopre.
E, a dirla tutta, ho capito più di fotografia leggendo (per l'ennesima volta) questo testo del Pascoli (cosa che ti invito a fare, o a rifare) che mille altri articoli in blog e riviste specializzate.

Ciao
Giovanni B.

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