26 aprile 2017

Addio, Pirsig. Quel tuo Lo zen e l'arte della manutenzione della motocicletta l'ho divorato anni fa, nonostante lo scetticismo iniziale. E questa sera me lo rimetto sul comodino, da rileggere di nuovo.

In treno. Estate 2015

E se pensi che Pirsig con la fotografia non c'entri nulla, ti sbagli:
John tira fuori la macchina fotografica.
Dopo un po' mi fa: "Questa è una delle cose più difficili da fotografare. Ci vuole un obiettivo a trecentosessanta gradi, o roba del genere. Il paesaggio è lì, ma quando guardi nel mirino non c'è niente. Appena lo delimiti, scompare." 
"E' quello che in macchina sfugge, immagino" dico io.
"Una volta - racconta Sylvia - quando avevo circa dieci anni, ci siamo fermati come adesso e io ho fatto un mezzo rullino di foto. E quando le ho viste sviluppate mi sono messa a piangere. Non c’era niente."
Anche se, al tempo, lo lessi perché era un elemento indispensabile per costruire la mia identità di motociclista.
Se fai le vacanze in motocicletta, le cose assumono un aspetto completamente diverso. In macchina sei sempre in un abitacolo; ci sei abituato e non ti rendi conto che tutto quello che vedi da quel finestrino non è che una dose supplementare di TV. Sei un osservatore passivo e il paesaggio ti scorre accanto noiosissimo dentro una cornice. In moto la cornice non c'è più. Hai un contatto completo con ogni cosa. Non sei uno spettatore, sei nella scena, e la sensazione di presenza è travolgente. È incredibile quel cemento che sibila a dieci centimetri dal tuo piede, lo stesso su cui cammini, ed è proprio lì, così sfuocato eppure così vicino che col piede puoi toccarlo quando vuoi – un'esperienza che non si allontana mai dalla coscienza immediata.
E chiunque ha messo anche una sola volta un piede su di una moto, sa che è esattamente così
Ciao
Giovanni B.

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