2 marzo 2009

Ancora a commento dell'articolo, apparso su Fotografia & Informazione, "Non mi fotografi, prego!", di Luca Zennaro.

Il fotogiornalista scrive:
"... proprio nelle scorse settimane il collega Amedeo Vergani ha aperto un dibattito, rilanciato dalla Fnsi, che ha avuto ampia eco su molti siti specializzati, ponendo una domanda sulla quale aveva dibattuto a lungo la Federazione Internazionale dei Giornalisti riunita a Parigi nel dicembre scorso: la professione di fotogiornalista è, come i panda, a rischio di estinzione?

Molti motivi porterebbero a questa conclusione. I più importanti: l'insufficiente tutela da parte degli organismi di categoria; la tendenza all'espulsione dagli staff redazionali dei fotogiornalisti contrattualizzati; il blocco e la verticale caduta delle tariffe pagate ai liberi professionisti grazie alla politica di mercato praticata da agenzie fotografiche sempre più aggressive; la diffusione di collaboratori giornalisti che spesso a soli 2 euro, o anche gratuitamente, forniscono le foto per i loro testi; l'intervento di soggetti terzi (sponsor) che pagano le spese dei servizi condizionando l’autonomia dell'informazione; una legge sul diritto d'autore che lascia troppe ambiguità interpretative; la concorrenza dei fotografi amatoriali; Internet da cui chiunque può scaricare gratuitamente di tutto; le restrizioni e i divieti sempre più severi per fotografare in pubblico, sia per riprese di vita quotidiana sulla strada sia durante le manifestazioni organizzate. La non disponibilità degli editori - conclude Vergani riportando i lavori parigini - a riconoscere ai fotogiornalisti contratti equi e giusti. E tutto ciò non porta certo a vedere un futuro roseo per questo mestiere."
Mi permetto di aggiungere, tra le cause elencate da Zennaro, l'incapacità sempre più diffusa tra i lettori di quotidiani e riviste di riconoscere il valore e la qualità delle fotografie in un servizio giornalistico.

Un pubblico abituato a (ovvero, che giudica accettabili se non belle) le fotografie scattate con i telefonini digitali non può essere in grado di riconoscere il valore aggiunto apportato da un fotogiornalista: rispetto della scena fotografata, rispetto dei diritti delle persone coinvolte nei fatti, costruzione dell'immagine e della sequenza di immagini. E se il pubblico non premia questo valore aggiunto, l'editore -evidentemente e ragionevolmente, dal suo punto di vista- non è disposto a pagarlo.

Ed è, a mio avviso, un peccato, soprattutto perchè è uno dei pochi fattori (tra quelli elencati) sul quale è possibile agire.
Come? Riabituando i lettori alla "bella immagine", che non è sempre o necessariamente l'immagine di effetto, e al racconto fotografico costruito bene; e quindi, ad esempio, promuovendo con mostre itineranti il lavoro dei fotoreporter e curando moltissimo -soprattutto nelle redazioni on-line- la sezione "fotografica" (argomento per il quale rimando a questo post di F. Busdraghi).

Penso che i fotoreporter possono guardare, per provare ad uscire da questa loro crisi, al mondo della fotografia di matrimonio: anche lì la concorrenza è spietata ed in teoria il diffondersi della fotografia digitale avrebbe potuto facilmente mandare in pensione la professione di fotografo di matrimonio. Eppure, i fotografi di matrimonio continuano a lavorare, e nessuno si sognerebbe di rinunciare alla loro professionalità. Come mai? Ai fotoreporter il compito di scoprirlo.

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