16 ottobre 2020

10/16/2020

Riporto, dall'interessante articolo di Michele Smargiassi, "Se la vita è una scena, sei fotografo o regista?", uno stralcio dell'intervista con Alex Majoli sul suo progetto "Scene", progetto che

sfida il confine tra reportage e fiction, quel confine di ferro che i fotoreporter dicono solitamente di non aver mai attraversato (Michele Smargiassi, cit.)

 e che Majoli rivendica apertamente di aver varcato:

“Mi son detto, cosa succede se monto delle luci, degli strobe potenti, attorno a persone che stanno facendo qualcosa di normale, che so, prendere un caffè, fare la spesa, seguire un funerale?" (Alex Majoli, sito Magnum)

Alex Majoli, da Covid on Scene. © Alex Majoli / Magnum Photos

AM: Nessuno è spontaneo davanti a un fotografo. Tutti recitano la propria parte. Ho visto sposi che aspettano a infilarsi l’anello al dito che scatti il flash.

MS: Ma quella è una cerimonia, è una recita fin dall’inizio... Come fai a fotografare così una scena di strada? Come si fa a fare un reportage in questo modo?

AM: Ma che idea ti sei fatta di un reportage? Pensa a quelle foto di guerra o di catastrofi, con le madri che piangono… Che cosa c’è di spontaneo? A volte siamo anche cinque, dieci fotografi davanti a quelle scene. Ci vedono. Lo sanno.

MS: Allora diventa fiction?

AM: Ma è sempre una recita la vita, almeno in pubblico, Tutti noi giochiamo un ruolo, quando siamo sotto lo sguardo degli altri. Siamo le marionette di noi stessi, diceva Pirandello. Quando c’è un fotografo, ancora di più. Io ho semplicemente deciso di rendere evidente questa cosa. Di rompere la finzione che non esista una parte di finzione nella realtà. Io non dico niente alle persone, quando fotografo in questo modo. Non metto in posa nessuno, non dico spostati mettiti lì. Monto semplicemente le luci, ci metto il tempo che serve, non mi nascondo, e lascio a loro il tempo per decidere.


Ciao
Giovanni

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