2 dicembre 2010

Da un bel po' di tempo mi riprometto di scrivere qualcosa sui graffiti, e precisamente da quando (nel febbraio di quest'anno) Witness Journal (una bellissimia rivista on-line di reportage e fotografia) pubblicò il servizio "They call us vandals", reportage fotografico di Andrea Boscardin con un commento di Davide "Atomo" Tinelli ("operaio, consigliere comunale di Milano dal 1993 al 2006, graffitaro").

Ovviamente non condivisi una parola di quanto scritto da Davide Tinelli in "Grigio Milano": un conto sono le teorie ("Ho cominciato così a fare i graffiti, per vivacizzare i non luoghi che un'architettura troppo presa dalla funzionalità, dalla razionalità e dalla speculazione ha dimenticato essere frequentata da esseri umani"), un conto i risultati (muri e monumenti imbrattati di scritte) i figli di queste teorie. Pochi mesi dopo, a sottolineare le caratteristiche di attualità dell'argomento, scoppiò sui quotidiani il "caso Bros", pseudonimo del writer Daniele Nicolosi imputato con l'accusa di aver imbrattato i muri della città (Nicolosi sarà poi prosciolto, per diversi motivi, dall'accusa).

Adesso, a qualche mese dai fatti citati, mi imbatto nei lavori di Banksy. Li guardo e li trovo sagaci, ironici, cinici, spietati. Belli. E non mi ci raccappezzo più.

Poi, di fronte a questa serie di scatti, mi è parso evidente qual è il confine tra l'arte e il vandalismo.
O mi sbaglio?

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