17 giugno 2010

Sempre per la serie delle foto che non capisco (in questo caso, non capisco perché siano state elevate al rango di reportage fotografico, da pubblicare su uno dei siti di informazione italiani più visitati), vi sottopongo "Zoom sulle lamiere, fotoracconto dall'autodemolizione", con foto di Monica Laurentini, presentato da Repubblica come "un reportage tra carcasse d'auto logorate dal tempo, finestrini in frantumi, pneumatici usurati, veri e propri cimiteri di metallo che nel loro silenzio e nella loro rassegnazione raccontano storie e diventano ispirazione per lo scatto fotografico ricercato."

Ometto ogni commento sul silenzio delle auto e sulla rassegnazione degli pneumatici, ma ho bisogno del vostro aiuto per trovare, nel fotoracconto, le storie raccontate dalle "carcasse d'auto logorate dal tempo", dai "finestrini in frantumi" e dagli "pneumatici usurati". Grazie.


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PS: Al di là delle storie raccontate dai finestrini rotti, dov'è la storia sottostante questo reportage fotografico? Se passiamo queste foto come fotoreportage, perché ci lamentiamo, poi, della crisi del fotoreportage vero?

4 commenti:

  1. Bella domanda, cose è il fotoreportage? sono 10 anni che mi occupo di fotografia, ne ho sentite di tutti i colori, alla fine mi sono convinto che forse il fotoreportage NON ESISTE, per lo meno non in una forma assoluta e standard tanto da poter affermare con sicurezza "ecco questo è un reportage, prendetelo a modello e fatelo tutti così!!!".
    Poi che quelli di Repubblica chiamino così il lavoro che hai proposto nella tua rubrica è un'altro bel paio di maniche... basta vedere quello che propongono sul cartaceo ed è tutto detto...

    so long

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  2. Ciao
    forse non esiste nella sua forma assoluta, ma l'essay "a country doctor" di Eugene Smith è per me un ottimo esempio di cosa possa essere un fotoreportage.
    Purtroppo, parliamo di un'altra epoca e di un altro Paese.

    Ciao
    Giovanni

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  3. Solo per chiarire e non per polemizzare, volevo spiegare il significato intimista delle foto pubblicate. I cimiteri di metallo, luoghi di abbandono e di rifiuto, contengono storie passate che nessuno di noi può conoscere o comprendere. Sacrifici economici, storie d'amore, magari storie tristi, e comunque non percepibili da chi non le ha vissute. Sono simboli di un passato che non esiste più e che muore schiacciato dal pressante e vorticoso evolversi della vita.
    "Trovare in un ammasso di lamiere, carcasse, pezzi anonimi di macchine smembrate il lato poetico, denota una grande sensibilità e capacità di osservazione per quelle piccole e inutili cose che dai più non vengono nemmeno considerate". Ti assicuro che dietro quel lavoro, c'è molta poesia, ma non comprensibile da tutti. Bye

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  4. Penso che l'intervento sopra sia di Monica Laurentini, autrice delle foto del servizio, che ringrazio.
    Ho letto il tuo commento e sono andato a rivedermi le fotografie, e confermo il mio giudizio: sono tra quelli che non riescono a vedere la poesia.

    Ciao
    Giovanni B.

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