29 aprile 2009

Sul blog di Danx, a poche ore dalle scosse di terremoto che hanno sconquassato il cuore dell'Abruzzo, si è avviata una discussione sui reportage (fotografici e televisivi) dalle zone più colpite dal sisma e sull'opportunità, o meno, di soffermarsi sulle immagini dei morti e delle persone cui il terremoto aveva portato via ogni cosa.

La critica mossa dal blogger è riassunta in questa sua frase: "[...] Detto questo, che bisogno c'è, guardando giornali online e giornali in tv, di inquadrare la gente che soffre, la gente che lavora sotto le macerie, le bare e tutto quanto??? [...]", critica che richiama immediatamente alla memoria una discussione simile avuta in passato con Sandro Iovine, cui rimando chi vuole ulteriori spunti sul rapporto tra etica e fotogiornalismo.

Tutto questo per segnalarvi, oggi, invece un buon foto-reportage di Massimo Cristaldi. Il soggetto è sempre il terremoto, in questo caso -però- quello che colpì duramente la Valle del Belice nella notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968: "6.3 richter, 370 morti, 70.000 sfollati. Poggioreale, Gibellina, Salaparuta, Salemi, Menfi ed altri paesi distrutti o gravemente dannegiati", ricorda il fotografo nella sua breve e incisiva presentazione, prima di proiettarci in 18 scatti dedicati alla Poggioreale di allora, che rimase completamente distrutta.

Aggiornamento del 20 maggio: del rapporto tra etica e fotogiornalismo, con specifico riferimento ai fotoreportage del terremoto in Abruzzo, si discute anche sul sito dei "Fotoreporter Professionisti Associati" (Etica e fotogiornalismo, di Giuseppe Giglia)

2 commenti:

  1. Grazie della citazione, Giovanni!

    Massimo

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  2. io credo che di fronte alle persone, in determinate situazioni, sia il caso di abbassare la macchina fotografica.
    ricordo una foto del terremoto in Abruzzo, estremamente efficace senza per questo tirare in ballo visi sconvolti, lacrime, testa tra le mani.
    si vedevano le macerie di una casa, dalle quali spuntava un orsacchiotto di pelouche abbandonato ma, in un certo senso, 'sopravvissuto'.
    quel fotografo ha raccontato il disastro, l'angoscia, la quotidianità distrutta senza dover per forza inquadrare un volto.
    questo è fotogiornalismo che si rispetti, dal mio punto di vista; non toglie nulla dell'efficacia fotografica ma conserva il pudore e non intacca la diginità delle persone colpite.

    ena

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